mercoledì 27 dicembre 2017

Lettera agli obiettivi 2017

Cari obiettivi 2017,

eravate come gli amici dovrebbero essere, secondo la saggezza popolare: pochi, ma buoni.


Per vostra sfortuna, tuttavia, miei cari obiettivi 2017, tendo a privilegiare la quantità.
Per infilarne almeno un paio avrei dovuto disporre di obiettivi in quantità: e invece.
Concentrarsi va bene, ma il 31 dicembre del 2016 ero peggio del succo di pera 100%. Scrivevo (su Instagram, ma su questo meglio sorvolare, ché non mi fa proprio onore): 
"Mi auguro un anno di libri e di scrittura, di deragliare meno dai miei interessi primari e di pagare la luce* con il necessario anticipo" 



Sì, d'accordo e poi? Una volta a scuola mi assegnarono questo voto: "È pochino". Avevo scritto una sola frase, ma molto bella. Come Montale e Quasimodo, ma con minor presunzione.
Me la presi a morte per quel giudizio e diventai una prolissa (se hai letto "una platessa": va tutto bene).
Tuttora farmi postare un Tweet è come chiedere ad Omero di compilare una lista della spesa.
Quest'anno ho letto poco e scritto ancora di meno. L'obiettivo, forse, era troppo vago.
Sta di fatto che mi è tornato in mente una sera in cui faceva freddissimo e stavo correndo sul viale elegante di Budapest. Mi sono apparse ben impresse a lettere d'oro le parole "meno fuffa", che avevo scritto in quel proposito di fine anno. La fuffa, già. E il romanzo da riscrivere, i racconti lasciati a marinare sotto sale, la guida iniziata 3 anni fa, la storia nuova che ho iniziato l'estate scorsa.
"Miseria - mi son detta - è il 30 novembre e non ho fatto una mappa!".
"Perlomeno, in effetti, ho sfatato questo mito del limitare gli obiettivi a due o tre principali". Magari per me questa cosa del ridurre non funziona!

Gli amici, ad esempio, sono una cosa favolosa, perché non averne tanti? Magari alternando quelli buoni ad altri meno affidabili, ma più simpatici? Alcuni possono pure essere dei lestofanti, alla fine mica te li scegli, gli amici, capitáno. Ho messo l'accento, ché dubito tu sia un Capitano (nel qual caso, i miei rispetti). Pensavo che concentrandomi su pochi obiettivi li avrei centrati. D'altronde non lo dico io, ce lo insegnano gli esperti del "chi fa da sè fa per tre".  I guru che vi intasano la casella di posta elettronica con i consigli su come organizzare il lavoro e vivere la vostra vita in armonia. Gli autori di "Meno è di più", una delle migliori serie tv in hasthag mai prodotte. Ricordiamo che "#Lessismore: il risveglio del gatto" ha superato il fantastiliardo di visualizzazioni. Sarà un caso.
Dissemino foto a caso scattate nel 2017: questa è Foligno

Gli amici capitáno (sic), gli obiettivi si scelgono.
I miei, per il 2017, si concentravano nella frase: "basta cazzate, ora scrivo".
Visto come è andata, per il 2018 spero che la mia lista di obiettivi assuma la forma di quella del 2015 e del 2016. Un fiasco di vino. No, scherzo. La lista del 2015 e mi pare anche quella del 2016 constavano di un solo importante punto.

- Smettere di fare liste di obiettivi.

Quelli sono stati forse gli anni in cui ho scritto di più, o almeno quelli in cui il mio scrivere ha preso una forma organizzata. Ora non dico niente. Nel 2017 ho scritto poco, pochissimo. Eppure del 2017 mi ricorderò per sempre, del 2015 non rammento niente di specifico. Tranne la disciplina che mi davo ogni notte e quelle favolose ore nella finestra di un cafè da cui non ti vede nessuno. Ancora non ho capito cosa voglio.
Il mio obiettivo primigenio, almeno, resta fermo e lo soddisfo ogni anno, che compili liste o anti-liste.

Confondi il prossimo tuo come te stesso. 

Conscia di esserci riuscita, mando Buon Natale a chi vuole e tanti saluti a chi non vuole.


E Buon Natale anche a te.
Non  ci sei da 10 anni, ma sei la mia guida, ogni singolo giorno.



venerdì 1 dicembre 2017

Storia di un cetriolo diverso

Ungheria, interno notte illuminato a neon.
Cassiera: “C’è un problema con il cetriolo”
Gentile Cliente: “Sì, è troppo lungo credo che non c'entri. In borsa. Pazienza”
La cassiera scruta la GENTILE CLIENTE per capire se venga dalla Luna o direttamente dall’interspazio.
CASSIERA: “Ehm. Ho digitato per sbaglio il costo dei cetrioli normali.” ammette la CASSIERA del supermercato tedesco.
GENTILE CLIENTE: “E questo evidentemente non lo è. Se aveste avuto quelli corti li avrei presi corti. Li preferisco corti.”
Impassibile, la cassiera, che d'un tratto assume un aspetto teutonico, maneggia il cetriolo, trova l’etichetta e si scusa dicendo alla GENTILE CLIENTE: "Questo è “bio", costa di più".
Qualcosa come venti centesimi di differenza. GENTILE CLIENTE ha già pagato la spesa e sono le ventidue, ora di chiusura del supermercato, per cui GENTILE CLIENTE si aspetta che CASSIERA alzi le spalle alla maniera degli ungheresi quando urtano un'altra auto parcheggiando e che la lasci andare, ma no. "Ordine e precisione" si legge su un tatuaggio appena apparso dal niente sul polso di CASSIERA.
CASSIERA: “Devo stornare il cetriolo dallo scontrino, le restituirò i soldi. Poi conteggiare a parte il cetriolo come bio e lei lo pagherà a parte.”
GENTILE CLIENTE: “Una bella sbatta, per un cetriolo solo. Non importa, lo lascio qui. Non lo voglio più, è troppo lungo.”
CASSIERA non sembra ascoltare: “Ha la tessera arancione?”
GENTILE CLIENTE: “Cosa sarebbe la tessera arancione?”
CASSIERA non risponde, ferma al volo una collega che le passa una tessera che a GENTILE CLIENTE pare quella per fare gli storni - quindi come avrebbe potuto averne una, si chiede GENTILE CLIENTE - e storna. Il povero cetriolo, ormai stornato e dall’aspetto che pare sempre più triste, viene ripassato allo scanner, operazione che si ritiene abbastanza umiliante.
CASSIERA sorride, appare felice. Molto felice. Con fare allarmato, GENTILE CLIENTE prende nota mentale: "potenziale assassina, tendenze da verificare".
CASSIERA con sorriso da grandi occasioni: "Adesso mi deve cinquantasettevirgolaotto fiorini"
GENTILE CLIENTE estrae alcune monete da un portafogli liso e paga il dovuto con la sensazione di essere stata fregata in qualche modo. Gli altri clienti in coda, nel frattempo sgranano il rosario e hanno avuto tutto il tempo di armarsi in un piccolo esercito pronto a fustigarla alla fermata del tram, avendo perso dieci minuti di tempo libero per colpa di un cetriolo. Il cetriolo non può farcela a reggere il senso di colpa, appare molto avvilito.
CASSIERA porge il lungo cetriolo avvizzito a GENTILE CLIENTE: "Grazie mille! Buona serata"
GENTILE CLIENTE pensa che davvero non è il caso di scrivere qualcosa su questo episodio.

venerdì 10 novembre 2017

Reading at Massolit for Budapest Friday Night Stories


Masha, also part of the Budapest Writers Lab, she invented the concept of Budapest Friday Night Stories





domenica 8 gennaio 2017

Piccoli divertimenti inutili: la collezione


INTRODUZIONE AMPOLLOSA
La vita è fatta di piccoli divertimenti senza senso. Tutti seguono un arco narrativo non previsto dalla Poetica di Aristotele. Si inizia con la scoperta del trastullo di turno per tuffarsi ben presto in una fase di curiosità accompagnata da un pizzico di diffidenza e da una spolverata di dissimulazione: "giocare a Bingo, chi io, ma per chi mi hai preso?". Segue la fase entusiastica - che include il racconto ripetuto e dettagliato dell’attività in questione a chiunque faccia parte della nostra vita. Il soggetto è sempre più coinvolto nel suo innocente svago fino a raggiungere la fase maniaco-compulsiva ed è a questo punto irrecuperabile.
SVOLGIMENTO 
Diversi anni fa traevo una soddisfazione di qualche sorta dal collezionare bustine di zucchero. Sì, ho avuto una fase di negazione, sono tuttora tentata da scrivere che stavo scherzando, poche parole fa, quando vi ho confidato che una volta collezionavo bustine di zucchero. Poteva andare peggio, pensate se fosse stato ketchup, roba da togliermi il saluto. Come i veri amori iniziò in modo graduale, senza che me ne rendessi conto. Trovai una bustina di zucchero bellissima in un bar dove mio padre aveva preso il suo solito caffè amaro. Bellissima lo era ai miei occhi, sia chiaro: una bustina di zucchero può essere anche fatta di cristallo e ambrosia, ma resterà sempre un piccolo sacchetto contenente granuli bianchi. Scoprii poco dopo che la bustina aveva delle sorelle, tutte decorate un po’ alla Pollock come quella, ma in colori diversi. Decisi di volerle tutte. Dopo che ne ebbi scovate in tutte le varianti dell’iride non sapevo cosa stracappero farci, con le bustine di zucchero. Le svuotai e le incollai in un quaderno, usando il nastro adesivo trasparente “Magic”, per non sciuparle. Erano bellissime e ogni tanto le guardavo. Purtroppo per la mia dignità la storia non finisce così. Scoprii infatti che di bustine colorate e disegnate ne esistevano a decine di migliaia, una più bella dell’altra. Con la moderazione che tuttora mi contraddistingue in molte delle mie passioni lanciai un piano per impadronirmi dell’intero mondo delle bustine di zucchero. Scelsi il quaderno più carino in vendita nel negozio di mia madre e lo elessi quaderno delle bustine. Ora non voglio tirarvi scemi e dirvi che smisi di uscire con gli amici, di studiare e di interessarmi a qualsiasi altra cosa che comunque non facevo e che non fossero le bustine, ma divenne comunque una ragion d’essere di una qualche importanza. Ammetto di dedicare tuttora quaderni interi alle cose più improbabili, per esempio ho il diario segreto della protagonista di un romanzo che ho scritto e buttato via. Cioè per diverso tempo ho scritto il diario di questo personaggio inventato al solo scopo di conoscere meglio un personaggio che avevo inventato io, salvo poi non fare niente né con il romanzo né tantomeno con il diario. Tutto sommato, dunque, il quaderno delle bustine di zucchero non andava neanche tanto male. Un fatto importante è che questa mia mania era alla luce del sole, non era una delle   faccende oscure che tendevo ad occultare, tipo il quaderno “Paolo”, che riempivo di tutti i ritagli di giornale che ritraevano Paolo Maldini, terzino sinistro del Milan e, nella mia testa, mio. Quello lo tenevo nascosto e quasi nessuno mi notava quando rovinavo le riviste preziose del dentista strappando via l’amato calciatore. Adesso non ci vedo nulla di male. Certo, avevo dieci anni e sognavo di sposare un trentaseienne, ma a sette ero innamorata di Kevin Kostner e a quattro della Cuccarini, quindi stavo progredendo verso l’accettabile. Con le bustine, ad ogni modo, era diverso. Dopo un po’ tutti sapevano di questo mio vezzo. Poniamo che avessi avuto dodici anni all’epoca. Temo fossi più grande, ma insomma a nessuno parve strano e anzi mi aiutavano! Amici di famiglia e compagni di scuola, parenti e conoscenti, insomma tutti quelli che nella cerchia delle mie conoscenze e in quella del mio complice numero uno che andavano in viaggio rispettavano l'impegno preso e portavano bustine tra le più belle mai prodotte per la bambina rincoglionita in età precoce. Principale complice era mio padre, che viaggiando per lavoro di caffè ne prendeva tanti, sempre amari. Città diverse significano diversi bar e nuovi pezzi per la collezione. C’erano anche quelli che non capivano davvero il fine estetico della raccolta, consegnandomi spoglie bustine di ordinario zucchero di questa o quella marca, persone che immediatamente cadevano ai miei occhi nel baratro delle persone "senza scintilla". Quelle che il certo non so ché non ce l’hanno nemmeno a ribaltarle per svuotargli le tasche. Poi, un giorno non ben precisato all'inizio del nuovo millennio, è arrivata la Befana, ehm, no, volevo dire la rivoluzione. Internet. Per tutti, anche per i milanisti e per le bambine innamorate di Paolo Maldini. In Italia è arrivato che in America già erano ai social media, ma è arrivato e come quando si sono diffuse le televisioni ce l'avevano solo alcuni e andavano tutti a casa di quelli. Per i casi assurdi della vita, noi, col nostro videoregistratore comprato all'avvento dei DVD, ce l'avevamo. Guarda, con questo sistema puoi cercare qualsiasi cosa e trovarla. All’inizio non sapevo proprio cosa farci e cercavo cose stupidissime, non mi fate dire adesso che sono già abbastanza compromessa. Un giorno, non ricordo come e perché, mi è venuta l’idea di controllare se c’erano altre persone che collezionavano bustine di zucchero. Indovinate un po’, c’erano, a migliaia. All’inizio ero galvanizzata, si apriva un oceano di possibilità tutte nuove per la mia collezione. Tra parentesi, tanto ormai siamo persi in una divagazione da otto paragrafi, ero convinta che la mia collezione avesse un certo valore. Erano più di mille, mille! Già fantasticavo di farmici la macchina, quando avrei compito diciotto anni. Invece la rete mi fece sapere che non solo la mia collezione non era originale, ma pure striminzita. C’erano signori che accumulavano bustine di zucchero da decine di anni e ne avevano diversi milioni, milioni! All’inizio non mi persi d’animo, ma in breve capii che era troppo tardi, come con le tessere telefoniche. Certo, avevo iniziato la collezione che già vendevano i cellulari e, col senno di poi, posso dire che non avevo speranze contro i nati nei primi anni Ottanta. La parabola dei divertimenti senza tempo, per riassumere, è questa: scoperta, entusiasmo, OCD, amnesia. Più mi spremo e più non riesco a ricordare quando e ho smesso di collezionarle, ormai demotivata e anche un po’ intristita dai tanti cinquantenni che, al mondo, si scambiavano e addirittura compravano bustine di zucchero vuote. Gli strascichi della passione sono durati circa un lustro, in cui io non le collezionavo più ma i conoscenti continuavano a portarle a casa mia, dove venivano svuotate nel barattolo dello zucchero come per anni avevo fatto io stessa e poi gettate. Povere bustine, ora che ripenso mi dispiace. Ebbene negli anni ne ho avute altre di manie più o meno imbarazzanti e tutte hanno seguito quet’andamento, salvo talvolta riprendere anni dopo. La più recente è quella di entrare nei cortili di palazzi di Budapest, di nuovo un’attività che ha la stessa stravaganza dell’usare il balsamo dopo lo shampoo. I palazzi residenziali delle aree centrali di Budapest sono caratterizzati dai cortili interni e parecchi di questi sono centenari e di pregevole costruzione, chiaro che a molti piaccia intrufolarsi a curiosare. Meno ovvio mi pare che persone nell'età della ragione comprino taglierini appositi per svuotare le bustine dallo zucchero e conservarle. Per sempre.
Ps: se vi interessa, io la mia preziosa collezione l'ho persa, non la vedo da molti anni. Credo mi stia aspettando nel mio armadietto nell'aldilà. Visto che i telefilm americani ci illudono che alle superiori troveremo gli armadietti e poi niente, presumo che almeno nell'oltretomba avremo un signor armadietto, già pronto per noi con tutta la roba che abbiamo perso in vita. Incluso il quaderno coi ritagli di Paolo Maldini. 



domenica 11 dicembre 2016

Il figlio del vicino


L’unica persona che mi rivolge parola nel palazzo dove abito a Budapest è il figlio del vicino, un giovanotto sveglio e attento, con la tendenza a sopravvalutare le mie capacità. Il ché non mi disturba. Oggi mi ha chiesto se ho combattuto in Russia e, in caso affermativo, se ho mai ucciso un uomo. Mi sfugge ancora per quale strano meccanismo della sua mente bambina, ma il piccolo Martin è convinto che io sia russa e a quanto pare anche abbastanza anziana da aver vissuto la seconda guerra mondiale, nonostante sia ben più giovane di sua madre e piuttosto mediterranea, per non dire italiana. Ogni volta che ci vediamo mi chiede se sono sempre “Claudia Neni” (Neni è come i bambini ungheresi tendono a chiamare gli adulti diversi dai genitori, ma si usa anche per le signore anziane) e io, che in effetti non ho ancora cambiato nome, annuisco e gli chiedo se lui è sempre Martin. Lui mi guarda perplesso e risponde che sì, certo, quello è il suo nome. Faccio domande stupide, non posso dargli torto.
Per lungo tempo Martin mi ha assegnato il ruolo di muratore e su quello non si poteva discutere, ne aveva le prove.
“No, Martin, Claudia Neni non lavora nel cantiere, smettila!” ha tentato di correggerlo il padre, un trentenne con cui ho un buon rapporto, ma che non abita più con la moglie - stanno ancora insieme solo che lui dorme altrove per motivi che saranno fatti loro - per cui non conta come vicino che mi parla. “Invece sì: l’ho vista uscire da lì!” ha spiegato Martin, indicando una direzione precisa con il dito. Vicino a dove abitiamo c’è il cantiere di un nuovo complesso in costruzione, un mostro di cemento da ottomila appartamenti, per farvi capire che sono tanti. Il relativo invadente cantiere è entrato nelle vite di tutti noi che abitiamo nell’isolato, assumendo il ruolo di una sottile linea tra la vita e la morte con cui ci confrontiamo ogni giorno. Sottile un piffero, tra parentesi. Occupando per intero il marciapiede, infatti, costringe i passanti pigri, cioè tutti, a camminare sulla strada, che per comodità è stretta e percorsa dal filobus. L’alternativa sarebbe attendere il verde al semaforo e usare il marciapiede dall’altro lato, per poi attraversare di nuovo dopo una ventina di metri. Una sbatta cui ci si può sottoporre di domenica o nel recarsi ad un appuntamento con quell’amico simpatico come una bibbia caduta sul piede dallo scaffale più alto; altrimenti mai si ha il tempo e la voglia di attendere, meglio rischiare un frontale con bell’autobus rosso fiammante. Una mattina, finita la corsa, stavo facendo stretching usando la ringhiera accanto al cantiere, come da mia abitudine prima che iniziassero questi apprezzati lavori. Il piccolo Martin è passato in sella al triciclo, insieme alla madre con la carrozzina e l’altra creatura ancora in fasce, e mi ha vista fare qualcosa di incomprensibile come allungare un muscolo femorale, vicino a una betoniera: sono inequivocabilmente un muratore. Devo aver fatto qualcosa di male, perché quando era più piccolo ero un vigile, anche se lui adesso non se lo ricorda. Mi vide infatti mentre aiutavo un amico a parcheggiare davanti casa, così per un po’ di mesi sono stata una spartitraffico. Il giorno dopo mi chiese se poteva parcheggiare il triciclo sul terrazzo che condividiamo, aspettandosi forse di trovarci una multa quando l’avrebbe ripreso pochi minuti dopo. Devo precisare che a volte non capisco cosa mi dice Martin, perché il mio ungherese non è tanto sofisticato e lui è un giovane di grande cultura, che già un anno fa usava verbi per me avanzati come “ammanettare”. 

Oltre alle lunghe conversazioni con Martin, che tra poco compie quattro anni, ho altre interazioni con i miei vicini, se ci penso meglio. Il padre di famiglia al pianterreno abita proprio sotto di me insieme a consorte e bambini piccoli che non crescono mai e attribuisco il ghigno che mi riserva ad ogni incontro all’estrema vicinanza del suo soffitto con il mio pavimento. Una volta mi ha brevemente spiegato cosa pensa di me venendomi a bussare alle undici di sera solo perché non gli Smashing Pumpinks a tutto volume di notte. Nemmeno i Metallica e no, neanche qualcosa di più soft tipo Samuel and Garfunkel. La storia sarebbe lunga e me la tengo per me, mi scalda il cuore.
Ci sono comunque nel condominio persone che riconoscono la mia esistenza e mi salutano in modo più o meno cordiale, ma non mi parlano. Di questi uno non parla proprio, il mio dirimpettaio, che è nel contempo quello con cui ho stretto il miglior rapporto di vicinanza. Un signore con i capelli a caschetto grigi e un poco unti, che per quello che ne so è muto: non l’ho mai sentito fiatare nemmeno con la signora appaiata, presumo la moglie. Una volta sono andata a chiedergli uno scaleo e lui mi ha risposto a gesti. Sono abbastanza sicura che non fossero quelli ufficiali, anche se non conosco il linguaggio dei segni, per cui non credo sia muto, solo non parla. Più. Succede. La parola non è come fumare, dopo un po’ che smetti di articolarla ti si atrofizza qualcosa, oltre a seccartisi la gola, ed è difficile tornare a parlare. Invece se smetti di fumare riprendere è proprio facile. Forse il mio dirimpettaio ne sa qualcosa, lui fuma, per questo lo vedo tanto, fuma nel cortile, davanti alla sua porta, di fronte alla finestra della mia cucina, nella sua tuta d'acetato blu. D’estate si porta fuori una rivista, spesso quelle che immagino siano delle parole crociate o forse è sodoku, ma non mi pare il tipo. Allora fuma un po’ più lentamente, poi rincasa. Ogni volta che è lì e io sto rientrando, uscendo o guardando fuori dalla finestra della cucina dove a volte siedo a lavorare, mi saluta. Per quello dico che abbiamo un bel rapporto: lui mi ha sempre salutato, sempre. Anche quando lo incontro per strada, perché, sì, il signor dirimpettaio esce a fare le spese di casa, sempre con un sacchetto di plastica che tiene già spiegato anche quando sta andando e non ha comprato ancora niente. Mi sembra sempre che sia qualcosa dentro il sacchetto che immagino si porti per fare la spesa. Forse dentro ci sono tutte le parole che non ha usato quel giorno e in realtà prima di andare il supermercato va a vendere a un contrabbandiere di parole o a qualche scrittore poco ispirato. In testa potrebbe avere storie bellissime, che nessuno ha sentito mai. 

Gli altri che nel palazzo mi parlavano hanno tutti tirato il calzino in questi anni, a parte un paio di miglior sorte che per loro fortuna si sono trasferiti. Questa frase mi ricorda terribilmente l’Olocausto, forse dovrei tagliarla. 

Ps: quelle nelle foto sono case a caso. Qualsiasi riferimento a persone, fatti, parole o cose realmente esistite è dovuto al fatto che sono realmente esistite.

lunedì 22 agosto 2016

L'amore sbocciava sul lenzuolo


Le immagini di un film scorrono senza audio su un lenzuolo steso che funge da cinema improvvisato nel parco. Nessuno sta prestando attenzione al film, è un sottofondo. A vincere la battaglia per l’attenzione completa della gente sono i pacchetti di tabacco, gli unici in grado di fermare il multitasking imperante. Hanno sconfitto anche i rivali più temuti, i telefonini col cervello, diventati già degli amici con benefit, quelli che ti porti a letto senza impegno, quando vuoi. Ho evitato il termine tecnico italiano perché non vogliamo essere volgari e poi non sono sicura che il vocabolo trombamici lo capiscano dalle Alpi alle piramidi. Stessa cosa, i telefonini arguti: sono a portata di mano, si lasciano toccare moltissimo, a volte anche un po’ danneggiare e sbattere, ma sempre mentre l’umano sta facendo qualcos’altro: viaggia in metro, (finge di) studiare, pranza, si lava i denti, usa il bagno a seconda delle necessità, bacia la
ragazza - ho assistito a una scena del genere in prima persona e il telefono sembrava geloso -, lava i vetri, commette un furto - devi aspettare che i signori Liquori escano di casa, una partita a dolcecandyball non te la fai? -, finge di leggere un libro di carta per cuccare ai giardini, scrive una storia sulla gente che non ha più concentrazione - Ehm, chiedo venia, era un messaggio importante. Su Twitter, sì. Come dite? Ah, non usano più i messaggi su Twitter. (I mazzi vostri mai, eh?) Grazie, la prossima volta uso un’altra scusa.
Nel film sul lenzuolo la magia si sta compiendo, del tutto ignorata dal pubblico. L’innamoramento, che altro ci è rimasto di inspiegabile e di immune agli anti-dolorifici e al Topexan. Eppure una resistenza c’è, ne ho avuto le prove. Ora vi racconterò una storia che sembra adatta al contesto ma che è in realtà c’entra un beneamato.

L’unica cosa veramente romantica che ho visto questa settimana sono stati due ragazzi che senza saperlo si stavano disegnando a vicenda in caffetteria. Quando lei abbassava gli occhi sul foglio lui sbirciava le sue fattezze, un occhio al foglio dove con cura reinterpretava a modo suo la bellezza della coetanea. Appena era lui a reimmergersi nel disegno ecco che l’ignara modella si metteva a studiare l’altro artista, a rapirne tratti insoliti di un volto bello, ma strano. I sorrisi che l’uno e l’altra confidavano al foglio smascheravano i primordi di una cotta.
Una casualità che ha mosso anche il mio animo indurito dai cartoni animati drammatici facendomi sognare per loro un futuro di giornate  trascorse a disegnarsi a vicenda in una baracca di legno nel bosco, senza mai posare il pennino nemmeno mentre si fanno le flessioni addosso.
Tra la musica italiana dei locali di Budapest e la polvere dei lavori in corso che sempre si fanno ad agosto per tenere compagnia a chi fa l’estate in città, sboccia ancora l’amore. Che bello.
Mi sono alzata per andare a prendere dell’acqua - un mero pretesto per farmi i fatti altrui -  e sbircio il disegno di entrambi. Sono seduti abbastanza vicino, ai tavolini lungo il muro. Il disegno di lui raffigura la mutazione di un ragno gigante in un mostro che sembra composto di palazzi di mattoni. Lei sta apponendo le rifiniture a una raffigurazione in chiave moderna di Santa Caterina da Siena o almeno questo pare a me.
Il lato positivo è stato che, svanito il quadretto da “Natale in casa Shrek”, mi è passata l’orticaria.

Nel film sul lenzuolo, almeno lì, si baciano. Lui, mi sa, ha la gomma in bocca e la cosa dà abbastanza fastidio, ma nessuno se ne avvede. L’attrice sì o forse no, dipende se da quando prendono sul serio la scena; se mettono la lingua o no, in altre parole. Il film sul lenzuolo non è un capolavoro. Per dirvela tutta si fa davvero fatica a guardarlo, ma c’è, è lì e sono stati spesi diversi ettari di dollari (se li contiamo distribuiti su una superficie piana, in banconote di piccolo taglio) e qualcuno l’ha scritto, disegnato, recitato e quant’altro. Per cui gli devo un poco della mia attenzione.
Lo schema narrativo è quello che sembra andare per la maggiore. Lui incontra lei, capisce che lei ci sta, escono insieme e lei lo porta sul palazzo più alto della città cui ha accesso per motivi misteriosi. “E’ il mio posto preferito” spiega.
Dal palazzo si vede un panorama magnifico fatto di sole luci, l’unica cosa che si vede in una città gigantesca al buio.
“Stai veramente guardando il film?” chiede un tizio che dagli occhi si è fumato pure la sedia a dondolo di sua nonna e che per le qualità appena descritte fa parte della schiera dei miei amici da passeggio.
“Sì, lo so che non si usa.”
“Credo che alla fine siamo tutti liberi di reagire come ci pare a roba tipo i film.”
“Alla cultura e quelle cose là dici? Sì, non hai tutti i torti.” Solo quello di non capire una costola di beneamato sedano, ma ci vai bene lo stesso.
“Questa me la chiami cultura?” replica con sorprendente prontezza.
“Di nuovo, non hai tutti i torti” gli concedo.
Osservo meglio l’avvicendarsi delle lingue sullo schermo. La città dovrebbe essere New York, ma forse hanno girato il film altrove o usato un lenzuolo dipinto, perché i palazzi sono tutti indistinti. Il fatto che sia buio nel film e che io stia guardando il film su un lenzuolo non aiuta. Sono abbastanza sicura di aver visto un passaggio identico in almeno altri cinque(mila) film, ma forse sono di più. Deduco che un gran numero di donne ha accesso ad almeno un palazzo nella città piena di luci dove risiedono, abitazione esclusa.
“Secondo te è una cosa solo americana questa?” chiedo a Rottame, il mio amico.
Rottame non lo sa, non si ricorda di cosa sto parlando e mi offre una birra. Valeriana, un’altra amica energica come l’erba omonima, sta scattando una foto per raccontare a tutto il mondo che se la sta spassando e Budapest è proprio un posto ganzo. Il fatto è che non sono più neanche convinta che sia inutile, solo fastidioso e abbastanza triste, tutto questo condividere in tempo reale. Finché li fa sentire meglio, alzo le spalle. 
“Vedrai che lo fanno anche nel cinema italiano…” mi giro a guardare Rottame, stupita da questo inatteso guizzo di attività.
“Roba tipo i film di Molfetta” aggiunge.
“Molfetta è una città. Vuoi dire lo scrittore, Moccia?
Rottame è tornato alla sua profonda attività di contemplazione delle foglie sparse davanti ai suoi piedi sul marciapiede del parco. 
“Hai ragione - ma cosa glielo dico a fare - “Tre metri sopra il cielo”. Dal titolo sembra suggerire un bacio su un bel palazzone di venti piani. Più alto non penso, era ambientato a Roma. Potevano girarlo a Milano. L’amore sul grattacielo Pirelli, che delizia.”
Sono curiosa di sapere se ci sono dei film ungheresi con questa stessa formula magica. Trame bellissime in cui la ragazza vestita da motociclista porta suo nuovo giocattolo  sulla terrazza del Westend (il centro commerciale) a guardare i treni scassati della MÁV fermi nel deposito della stazione e quelli veloci nuovi fiammanti che arrivano e ripartono con la tipica flemma delle stazioni di testa. La protagonista dice che quella terrazza le piace tanto: è il suo posto preferito. In quel terrazzo di cemento può appartarsi anche durante la pausa pranzo, visto che il call center dove lavora per mantenersi gli studi è proprio lì accanto e perché è talmente squallido che non ci va nessuno.”
“Ci sono stato ieri, era pieno di gente.” fa Rottame, che ancora riesce ad ascoltare nonostante si sia appena fumato una siepe di ginepro completa di bacche. 
“Capisco quelli come te che si devono sempre nascondere, ma la gente…normale, perché dovrebbe andare su un giardino pensile senza erba e fiori sul tetto di un centro commerciale? In una città piena di bei posti?”
Rottame se ne esce con una delle sue massime sull’umanità che puntano dritte al centro del bersaglio: “All’uomo piace nuotare nello squallore. Con la rivoluzione industriale abbiamo ridisegnato il mondo a nostro piacimento, cemento e ciminiere.”
Annuso il preludio di un mattone sul consumismo e i mali del mondo moderno, smetto di ascoltare, lascio scorrere, tanto sono d’accordo ma non riesco a farci niente.
“Alla fine la gente va da Stellabucks” commento in mezzo al discorso, certa che sia un intervento appropriato. 
Rottame annuisce con aria greve e si accanisce sulle multinazionali, pulendosi la bocca di tanto in tanto.

Il mondo è proprio un bel posto, peccato che.

martedì 16 agosto 2016

Gli Zonaragazzo non erano i Backstreet Boys e comunque dove sono finiti tutti?

Prima che la riprendessero gli 883 (nella foto) facendone "Tenendomi", ode alle maniglie di sostegno degli autobus, questa era una canzone dei Boyzone. Ho detto Boyzone. A Budapest stimano sia un pezzo adatto al 16 agosto e, per enfatizzare il clima da eterno post San Valentino, la propongono a tutto volume in un locale da perdizione diurna. Davvero non posso scrivere oltre: ho detto Boyzone. Quelli che quando sono diventati famosi erano già passati. Quelli che i pochi cui piacevano si sono fatti a fette mentre li ascoltavano. No, non sono gli Nsync, loro hanno fatto "Bye bye bye" che è una di quelle canzoni senza tempo, nel senso che la potete ballare come volete. I Boyzone sono quelli che, in Italia, si sono presi il merito anche (o almeno) delle canzonE (discordanza voluta, giacché a parte la citata Bye Bye Bye tutto il resto è acqua, anzi...Aqua) degli Nsync, perché gli ultimi risultavano impronunciabili e irricordabili per via del nome. I Boyzone stavano ai Backstreet Boys come le Cleopatra stavano alle Spice Girls: male.
I Backstreet Boys ci hanno insegnato messaggi importanti come questo che metto dopo il punto, perché due punti ora basta. Non mi importa chi sei, da dove vieni, cosa hai fatto, finché mi ami. 

La metafisica del "basta che respiri", strano che Max Pezzali non ci abbia fatto un pensierino.
Puoi essere un ladro e uno sgozzatore di orsetti di peluche, antipatico, puoi esalare assa fetida dal mattino alla sera, basta che. Lusinga almeno quanto "When you say nothing at all" di Ronan Keating, la canzone del film "Notthing Hill" che in pratica permette all'innamorato di dire alla sua ragazza che è meglio se sta zitta.
Dicevamo dei Boyzone, gli Zonaragazzo. Ho solo una cosa da aggiungere: gli Westlife erano un altro gruppo. 
Ora scusastemi, ossia chiedo scusa agli astemi, ma vado a purificarmi con la sana "I want it that way" dei BSB che non è mai stata tanto attuale. Il contesto è sempre la Budapest degli anni Dieci, ovvio. Ah, come mi sento bene adesso che ho scritto tutte queste zappate.
Poi ditemi che la scrittura non è tapioca. Terapeutoica. Tipica. Tropica. Tilapia. Quest'ultima ho da poco scoperto essere un pesce mentre qualcuno pensa voglia dire "filetto" in inglese. Dio come mi farei una partita a filetto. 

sabato 9 luglio 2016

Tutto accade per un motivo: se mi stai leggendo ci sarà un perché


Questa settimana ho perso diversi incipit, di articoli e di racconti delle quattro del
mattino, perché il mio computer resta acceso quel tanto che basta a iniziare qualcosa, poi si spenge mentre premi il tasto Salva. Un divertimento che non vi dico. Eppure credo che qualsiasi cosa ti accada per un motivo e questa è la filosofia spiccia che tengo per me stessa ma che ha reso la vita piacevolmente leggera fin dalla tenera età di 57 anni, quando sapevo accettare ogni inconveniente per quello che era e andare avanti. Vivi come se fossi in un videogioco tipo "Paperino contro Draghi" e ti fosse rimasta una vita sola. No, signore in terza fila con la maglietta del latte a lunga conservazione, non ho saltato un articolo, è “Paperino contro Draghi”, non "Paperino contro I draghi". Draghi, Mario, ha presente? Giapponese, iconico, negli anni novanta giocavano tutti con lui pensando che fosse italiano? Poi ha fatto i soldi ed è diventato governatore della Banca d'Italia e, in seguito, della BCE. Ciò che conta è che nel gioco Paperino percorre una ventina di livelli pieni di ostacoli per arrivare a sfidare l’acerrimo rivale Supermario Bros. 

Il mio nuovo computer
Ci interrompiamo un attimo pensando alla parola acerrimo: quanti di voi la usano con cognizione di causa? Ecco, nemmeno io o meglio sì perché il mio cervello scarta tutto ma si dimentica qualche zampillo di lezione di latino del liceo, quel tanto che basta a sfoggiare del sapere che non ho. Dunque acèrrimo è il superlativo - una cosa molto lativa - di àcer (ce li hanno mica solo gli ungheresi gli accenti stronzi, eh!) che significa acre, violento, acuto, ma si usava anche per dire di un vino era “frizzante”. Dunque se avete un nemico acerrimo, sappiate che è un tipo molto frizzante, con tanto vino in corpo. 

Penso di avervi dato abbastanza per stanotte, ma continuerò comunque a dare perle ai porci, ehm, considerazioni interessanti agli appassionati spettatori di questo evento. Dicevamo, Supermario. La vita è una metafora dei videogiochi, per questo molte persone dopo aver speso tanti anni nella Playstation decidono di passare a un’esistenza di evasione e svago e si mettono a vivere nel mondo cosiddetto reale: è riposante, dopo tante sfide. Così bisogna transitare nella realtà: superando le difficoltà e gli incidenti e andando avanti, senza fermarsi a patire per quanto ci hanno ferito. Alla fine dovete arrivarci grondanti di sangue e pieni di lividi, un po’ come me quando ho fatto il corso di formazione per prendere il tesserino da giornalista a Firenze e sono andata a lezione con un lato sfasciato dopo essermi fatta metà della mia corsa mattutina rotolando giù da Piazzale Michelangelo. Pur di non far tardi sono andata com’ero, tutta rincoglionita e piena di sangue dappertutto. La gente per strada mi guardava con disgusto, una ragazza - santa subito - mi ha iniziato agli antidolorifici e nessuno mi ha offerto un posto a sedere, ma ho resistito. 


Per la cronaca la mia cuginetta mi ha poi disinfettata con otto litri di acqua ossigenata facendomi sbraitare perché confondeva la schiuma del disinfettante con il pus e continuava ad aggiungere queste fiamme vive in bottiglia sulle mie ferite con l’ostinazione di chi sa di fare il tuo bene. 
Videogioco Vs Vita Reale: quali tartarughe sembrano più vitali?

Tutto succede per un motivo, lo vedete? Se quella mattina non fossi uscita a correre alle cinque del mattino senza essere nemmeno andata a letto la notte prima, questa notte, un lustro dopo, non avrei potuto raccontarvi questa storia magnifica. Avrei scritto: “Alla fine dovete arrivarsi  grondanti di sangue e pieni di lividi, un po’ come me” punto. Avreste pensato: “Questa va in giro incrostata di sangue di ferite d’infanzia. Andiamo bene, un’altra matta”. 

Sono molto felice di aver perso un sacco di lavori questa settimana, soprattutto quelli creativi che scrivo a scapito del sonno, perché mi ricordano quanto è bella e utile la carta e mi sento fortunata per non aver perso l’abitudine di scrivere molte cose a penna, prima. Inoltre se non avessi perso tutti quei testi (due) adesso non starei scrivendo questo che è molto più bello. Figuratevi gli altri. 

mercoledì 22 giugno 2016

Gli esami finiscono. Sempre. Per chi suona la maturità

Certe cose non si dimenticano mai; per vostra fortuna, e mi rivolgo agli studenti delle superiori, gli esami di maturità non sono tra queste. Questa notte, prima di scrivere sul blog, ho aperto l’Ansa e letto che ci sono gli esami, in questi giorni. Parole lontane mi riecheggiano nella mente. Tracce, terza prova, latino, commissario esterno, mappa concettuale, tesina, saggio breve. Sono passati dieci anni dai miei e per ricordarmi che esistono certe atrocità mi servono i giornali o Cesara Buonamici.


Ammetto di avere un conclamato problema di memoria, un deficit che coltivo con passione lavorando sulla mia confusione mentale con la dedizione di un apicoltore, eppure c’è stato un momento in cui tutto questo è stato importante. Di più: drammatico

I 18 anni non tornano più. Nemmeno i 34, i 45, i 12, i 69, i 53 e via dicendo. La differenza è che la tua vita non sarà mai più potenzialmente figa quanto a 18 anni. Se rientri nella media, hai tutto: sei giovanissimo ma il tuo viso ha smesso di sembrare quello di un malato di varicella cronica, sei più ricercato di un elettricista, con dozzine di amici nullafacenti che ti implorano di uscire con loro, i tuoi disordinati impulsi fisici corrispondono finalmente a un corpo non del tutto repellente, hai appena preso la patente e questo significa ragazze, se sei maschio, e paraurti distrutti se sei femmina, ribolli di idee geniali per il futuro, hai voglia di fare e sei curioso di scoprire il mondo, senti che niente può fermarti.
Il sistema non poteva accettare tutto questo, troppa gioia fa male. Per prevenire attacchi di panico da felicità lancinante ha inventato la macchina diabolica per eccellenza: gli esami di stato.

Tutto di loro fa paura, anche il nome. Esami di Stato. Come dire: stai attento, stanno per venire a controllare se negli ultimi 4-9 anni hai fatto il tuo dovere, se hai copiato come un disperato e se sei in grado di organizzare le tue conoscenze in modo articolato e intelligibile. Cacchio.

La prima prova è un incubo per chi odia scrivere e un terno al lotto per chi se la cava bene, ma non può predire come sarà valutato il suo lavoro. Un romanzo di Stephen King può fare pena a molti, mentre milioni di persone ne tesseranno le lodi, figurati il tuo patetico saggio breve. 

La seconda prova non posso che descriverla dal mio punto di vista. Da quando l’ho vissuta, la morte non mi spaventa più. Personalmente ho fatto lo scientifico (altro motivo per cui è difficile spaventarmi) e l’ho vissuto con leggerezza, tra crisi di depressione esistenziale, scioperi della sete, il rifiuto fisico di andare a scuola e strazianti tentativi di fuga. Ora, se avete condiviso questo piacere, saprete che da 399 anni a questa parte alla seconda prova esce Matematica, in barba alla statistica che suggerirebbe che, cribbio, prima o poi dovrebbe uscire un’altra materia. Fosse uscita fisica, del resto, mi sarei rifugiate in acque internazionali. 
Non che mi sia andata tanto meglio: ho iniziato a piangere prima ancora di ricevere la traccia, inveendo contro i miei compagni che avevano occupato i posti migliori e contro il fato che mi aveva fatto arrivare tardi proprio nel Giorno del Giudizio (il fato ha un nome e un cognome, ma non  mi pare di dare la colpa ai genitori in circostanze simili). Come al solito ho fatto tutti i disegni, almeno fino a quando mi riusciva, lasciando ad un futuro ipotetico la risoluzione dei problemi. Per chi non lo sa, i disegni sono una fase preparatoria. Tanto per darsi un atteggiamento, far vedere che stavo facendo qualcosa. Di tot esercizi sono riuscita a farne solo uno, ma prima di consegnare ho deciso di controllare sbirciando il foglio protocollo del compagno più vicino. Il suo risultato era diverso, così ho corretto tutto secondo l’assunto “il compito di un altro sarà sicuramente meglio del tuo” e cancellato la mia esecuzione. Indovinate un po’? Per la prima volta in ere geologiche avevo svolto un esercizio correttamente, mentre il mio compagno aveva sbagliato. Una magnifica giornata, davvero.

La terza prova è la migliore rivisitazione della tortura cinese con cui potevano venirsene fuori, per cui in un tempo limitato devi rispondere a domande su materie che non hanno niente a che fare l’una con l’altra ed è la preparazione ideale per un futuro da disoccupato che si allena per vincere a “Chi vuol essere milionario”. 

L’orale avviene giorni dopo, così hai un po’ di tempo per goderti la tensione del non sapere cosa ne sarà di te e del tuo futuro, mentre studi argomenti a caso nel gradevole clima di luglio in città, il resto del mondo al mare. 

LA MATTINA DOPO DEGLI ESAMI

Il bello di questa strage di incompetenti è che se fino al giorno prima progettavi complessi sistemi di gru porta-Bignami a discesa da appendere al soffitto del bagno e ti fotocopiavi la Divina Commedia sulle cosce, il giorno dopo non te ne frega più un cesto di insalata e, il diploma lo perdi nel retro della macchina dai paraurti distrutti (vedi sopra), il macinino che gloriosamente ti porterà verso l’agognata spiaggia. 

Nei giorni il tuo cervello premerà il tasto “RESET” e vedrai sparire, a poco poco ma sistematicamente, tutto ciò che hai studiato al liceo, che per comodità avrai concentrato tutto in 4 mesi di studio matto e disperatissimo. Oh no, questo è Leopardi! Come vedete qualcosa può resistere al meccanismo di purificazione celebrale, ma tranquilli, sono informazioni sporadiche, che non siete in grado di connettere. 

Il mondo è ancora bello là fuori. Ci hanno provato a rovinarvi la vita, ma voi siete più forti. 

Ah, una rassicurazione dell’ultimo momento: posso garantirvi che, sebbene abbia deciso di vivere di scrittura e fare la giornalista, non ho mai più sentito parlare di “saggi brevi”. All’università ve li ritroverete tra gli “ioni” sotto mentite spoglie, li chiameranno “essays” oppure “paper”, ma non preoccupatevi: non esistono. 

giovedì 21 aprile 2016

Come cancellare DAVVERO le foto dal tuo iPhone


Per anni il rompicapo è rimasto senza soluzione: l'iPhone non mi permette di girare un video per spazio insufficiente, la memoria è occupata quasi del tutto dalla galleria fotografica, ma ho solo poche decine di foto sul telefono. Lo uso per lavorare e non vi tengo né musica, né film o altri file pesanti. Niente giochi e pochissime app. Mistero.
STEP1: l'ovvio - Il trucco che vi suggeriscono appena parlate di questo comune problema è di svuotare la cartella "eliminate di recente", un vero e proprio cestino a scadenza che mantiene a lungo le foto cancellate prima di farle sparire. Peccato che io l'abbia scoperto quasi subito e che lo svuoti regolarmente. Collegando l'iPhone al computer iTunes mi svela l'arcano: sul dispositivo risultano esserci oltre 1300 foto. Sì, ma dove cavolo sono?
Cerco dappertutto, in vano.
Ri-sincronizzo l'iPhone, faccio due volte il back up e cancello TUTTE le foto. Galleria vuota. Le mie foto (ma quali?) continuano ad occupare circa 7GB. Mistero. 
Trovo consigli sui forum, ma si parla sempre della cartella "Eliminate di recente" che conosco già o di acquistare nuovo spazio su iCloud che 1) non uso e 2) non mi pare sensato visto che la mia memoria è occupata dalla fuffa, dal niente.
STEP2: si applica ma potrebbe fare di più - Finché un giorno un amico condivide un trucchetto interessante via Facebook: prova a noleggiare un film molto lungo su iTunes Store e il tuo iPhone, nel tentativo di fargli spazio, pulirà la cache e avrai più memoria. Guadagno circa 0,5G, mi fa piacere, ma resto con il mistero delle foto invisibili.
STEP3: la luce - Mi intestardisco, cerco meglio. Alla fine, su un forum, trovo un angelo. Un genio che ha trovato chissà come una soluzione inverosimile, che condivido anche se il mio blog non parla di tecnologia perché è davvero troppo utile e interessante (nonché rivelatrice dei trucchetti delle aziende, Apple in questo caso, per costringerti a spendere).
Cambia la data sul tuo iPhone, portalo "indietro nel tempo" fino a una data in cui già lo possedevi, ma  diverso tempo fa. Lo porto indietro di due anni, all'aprile del 2014. Vado alla cartella "Eliminate di Recente" e, sorpresa delle sorprese, è piena zeppa di foto, le mie foto. Stesso discorso per il rullino foto. Cancello tutto, reimposto la data dell'iPhone a quella attuale (dopo averlo fatto viaggiare nel 2035 per sbaglio) e controllo la memoria. 7GB liberi.  Sommo gaudio.
Qui sotto il post del salvatore.
      Leggi il post salvifico QUI      




mercoledì 16 marzo 2016

Signore e signore, un pensiero!

Budapest, graffiti. Foto di Claudia Leporatti (https://www.instagram.com/claudialepo/)
L'idea di iniziare a pensare mi è venuta oggi che saranno state le otto e trenta. Ammetto che non mi ero alzata da tanto, perché ieri sono andata a letto dalle cinque del mattino e ho dovuto farmi tre ore di sonno molto fitto per sentirmi pimpante di nuovo. 
Ho pensato: oggi potrei provare a fare qualcosa di nuovo, per esempio pensare. Il fatto che io lo stessi pensando mi ha incoraggiata: avevo già iniziato, non è meraviglioso?
E così dopo ventisei, ventisette, ventotto anni o quanti sono non ricordo, ho provato questa cosa del pensare. Più in là magari diventerò così brava da lanciarmi anche sulla riflessione, mai dire mai. Per ora sono abbastanza soddisfatta di questi miei primi passi mentali, anche se non ho capito bene quando dovrei inserire tale azione tanto decantata.  Prima o dopo il caffé? A digiuno? Prima di coricarmi? Ho concluso che una buona soluzione è farlo mentre mi lego le scarpe. Prima di uscire ho dunque indossato le mie calzature: stivali. Mannaggia, un'occasione persa per stare zitta.

sabato 12 marzo 2016

Tartacronaca dagli Antipodi: chi va piano va sano e va in Nuova Zelanda



Buongiorno. Per onestà premetto che non sto scrivendo questo pezzo perché sono stata in Nuova Zelanda. La Nuova Zelanda non c’entra niente, ma comunque parlerò di quella. Scrivo questo post sulla Nuova Zelanda perché sto guardando un documentario su uno dei tanti casi di ingiustizia negli Stati Uniti in cui un uomo sta scontando una condanna a vita senza colpa. Roba che se la guardi di notte prendi sonno nel decennio successivo. Sul serio, ti sale un nervoso che prenderesti a pugni il muro, ma il palazzo dove abito regge l’anima con i denti, meglio accumulare rabbia repressa e, intanto che stai sveglio, ricordare il più lungo viaggio della tua vita. Dunque tempo fa era il 13 gennaio. In Nuova Zelanda erano quasi le nove di sera, in Italia  quasi le nove di mattina e noi, noi. Chi lo sapeva. Stavamo sorvolando la Cina o uno dei Paesi limitrofi tipo la Mongolodia, più sette rispetto all’Italia, quindi potevano essere all’incirca le quattro del pomeriggio. Per noi - a prescindere dai fusi orari - erano le nove di mattina, l’ora del Paese di destinazione, l’Italia, e ci avevano già servito due colazioni - entrambi a base di riso, sul primo volo con pollo, sul secondo con anatra - e bevuto i primi due bicchieri di rosso. Il viaggio si prospettava divertente: appena dieci ore e nessuno dei due schermi di cui eravamo dotati funzionava. Il piano di riguardare il film dei Minions fino diventare del tutto cretini era crollato miseramente. Di qui la decisione di sbronzarci. L’idea migliore che può venirti su un aeroplano dove devi trascorrere un numero disumano di ore circondato da entità difficili da sostenere a lungo, le famiglie, spesso dotate di neonati che dubito stiano viaggiando per loro scelta.
Bene, il viaggio stava giungendo al termine, e io ero molto felice di tornare a Budapest, dove vivo, ma pensavo pure peccato che sia volato anche il tempo, oltre a noi. Sono molto contenta di aver fatto questo viaggio e lo devo alla mia bieffe, la mia migliore amica, che  si è trasferita agli antipodi e che è stata il motivo della traversata. 
Prima di partire ho raccolto in un quaderno le domande ricevute dai telespettatori (intendo dire conoscenti) a cui dare riposta durante alla mia spedizione dall’altra parte del mondo.
La più classica: davvero si cammina al contrario?
Caro Tommaso, anni cinque, no, nell’emisfero australe si cammina sul terreno e non sul soffitto. Sì, lo so, ci sono rimasta male anche io. Concordo, dovrebbero rimborsarmi parte del biglietto.
L’acqua cade dal mare?
Vedi la risposta precedente.




Cosa mangiano in Nuova Zelanda?
Più o meno quello che mangiano in Inghilterra. Di conseguenza non ho provato niente di tipico, a parte la frutta. Comunque hanno gli anacardi e da allora al posto di starnutire dico "Casciù", ma questo per colpa del mio amico Kylo Ren.
La Nuova Zelanda esiste?
Sì. A tratti dubiti, atterrando, perché più che altro vedi acqua con qualche sassolino sparso in qua e in là, ma esiste. Certo, anche il Molise, te lo assicuro, ma è un’altra storia.
Il jet lag è davvero così sconvolgente?
Altera il tuo orologio biologico. Se, come me, hai l'equilibrio sonno-veglia sconquassato dal 1998, tuttavia, è come una carezza. La cosa più carina è che è contagioso. Dunque se a te capita di svegliarti alle quattro del mattino ogni giorno per tutta la durata del viaggio, anche quando sei andato a letto due ore prima, alle persone che dormono con te succederà lo stesso. Soprattutto se mandi messaggi con l’iphone al massimo della luminosità. 
Il viaggio di ritorno sembra più breve di quello di andata?
Te lo spiegherò in inglese: bullshits. Il ritorno dura più o meno con l’andata, con la differenza che ti sembra non finire mai. In particolare modo se all’arrivo non ti aspettano l’estate e il mare, ma un altro viaggio aereo. Credo che questa non fosse una domanda, ma una mia presupposizione, o speranza dettata dalla disperazione. Errata. Del tutto errata. 
Ci sono davvero così tante pecore?
No. Di più.
E mucche? Anche le mucche sono tante?
Così tante che fatichi a distinguerle dalle pecore. Gli esseri umani, invece, danno nell’occhio.
Esistono cose normali come i cinema, i posti di blocco, i negozi di articoli per fumatori e le palestre?
Sì. Ti dirò di più: ci sono anche i McDonald’s. Inoltre la maggior parte delle case è dotata di energia elettrica. Molte persone sanno già cos’è la tv.
Andrai anche in Australia?
Il giorno in cui andrai anche tu in Nuova Zelanda capirai che è come chiedere a uno che va in Irlanda se lungo il tragitto visiterà anche la Grecia. Ci sono circa 6 ore di aereo tra la terra dei canguri e quella dei kiwi più i vari controlli e, credimi, l'ultima cosa che vuoi dopo due voli consecutivi da 12 ore e 10 ore di attesa in aeroporto è prendere un aereo.  
Come si vestono i giovani?
Da struzzi. No, scherzo. Diversi sono abbastanza truzzi, però, questo è vero. Molti, invece, con jeans e maglietta, o costume e maglietta. Quasi come fossero persone come le altre.
Qualche luogo comune sul rugby?
Chiede Alessandro, che ci chiama da Budapest. Servito: non tutti giocano a rugby, mentre invece la birra post-partita la prendono tutti, anche a campionato finito. I giocatori di rugby, come i surfisti e la maggior parte dei runners locali, hanno caratteristiche apprezzabili, ma è meglio non discuterne in questa sede. 
Qual è stata la più grande delusione del viaggio?
Dovevamo fare un tatuaggio, ma il mio amico Kylo Ren si è spaventato vedendo un energumeno con un tatuaggio rovinato dal body building e dal sole. Ha dunque pensato: "oh. Se oggi mi faccio un tatuaggio dovrò dire addio al mio sogno di diventare un culturista e di prendere il sole sei mesi all'anno nonostante io sia una checca europea che si scotta dopo 20 minuti e di conseguenza da sempre sceglie di restare bianca tutto l'anno. No, non facciamo il tatuaggio."
#neveragain
La tua giornata tipica in Nuova Zelanda?
Cito dal mio Diario FacciadaLibro. "il 6 gennaio in Nuova Zelanda delle nostre frignette europee trascorre al mare, dopo un gradevole tragitto in bus (#neveragain 1). Due ore a spalmarsi crema densa come colla vinilica (#neveragain 2) regalano loro un'abbronzatura che neanche ricoprendosi di gomitoli di lana sgomitolati. Cambiano posto, vanno alla spiaggia dei surfisti senza chiedere indicazioni (#neveragain 3) percorrendo km inutili per poi capire la strada e fermarsi a metá per sfinimento, ripiegando sulla spiaggia dei pescatori. F e C decidono di camminare sul libeccioso (Fede dice si dica limaccioso, ma magari tutto quel vento era libeccio!) bagnoasciuga (#neveragain 4), poi su un letto di conchiglie rotte (‪#‎na‬ 5). Si stendono nella zona dove tira meno vento, cosí bruciano meglio (#na 6), C, in preda al freddo, fa il bagno e finge sia stato bellissimo (#na 7). Disperati, si sdraiano lungo la strada in mezzo alle api (#na 8), conoscono una neozelandese di 808kg incaxxata come una iena e C le dá spago (#na 9) finché il buon Conrad non li recupera con la sua macchina rossa. É non senza sfottere che li porta alla spiaggia dei serfisti, dove, con 22C, C fa il bagno nelle onde con Conrad (e questo non é un #neveragain) anzi é stato spettacolare. Le 22C si sono divertite pure loro. Ma la giornata non è ancora finita e a G succede una delle cose più dolorose del mondo, peggio del ginocchio nello spigolo del comodino, peggio, forse, che bruciarsi per togliere una torta dal forno: le dita nello sportello (doppio #neveragain, 10 e 11). Finiscono con qualcosa di tipico: il fish and chips, ma appena arrivati sul posto sul mare scelto dal festeggiato, F dice "No, fa freddo" (#neveragain 12) e girano tutto il paese senza trovare niente. Ripiegano su un posto cinese-thailandese che fa fish and chips (#neveragain 13)."

Resettami il televisore ti prego.
La televisione è rotta, disse la hostess, che per ricompensa ci ha portato due mandarini e due contenitori di plastica pieni di non sappiamo cosa visto che le scritte sono in cinese. Noi avevamo chiesto vino, ottenendolo. Mi parve giusto. Altre otto ore di volo davanti a noi, ma non dovevamo temere: avevamo due mandarini e due porzioni di pripppplleee, qualcosa che non sapevamo cosa fosse ma sembrava diversa dall'altro vino che avevamo chiesto. Spensero tutto, chiusero le tendine. Volevano farci credere che fosse notte, mentre: 

in Italia era mattina, 
in Nuova Zelanda - se aveva ancora senso usare questo riferimento, e no, non ne aveva - era sera, ma presta, presta sera
lì, in Asia insomma, era primo pomeriggio.

La morale, alla fine del viaggio, è questa:

Vivi la tua vita come se stessi sempre per per perdere un autobus.

venerdì 19 febbraio 2016

Bar Cavolo - Chi è l'ultimo discendente di Napoleone?

[SCROLL FOR ENGLISH]

“Sai che l’ultimo discendente di Napoleone …”
“Non dirmelo. E’ un…dromedario!”
“No. Davvero è roba da non crederci, resterai sbalordita! Dicevo, l’ultimo discendente…”
“Sì, sì. Napoleone, certo. Che poi questi discendenti…saranno veri? Come li trovano? Fanno il test del DNA? Abbiamo il DNA di Napoleone. Probabilmente sì, visto che è morto, di noia, pare, e che il cadavere è stato ritrovato. Anche avessero trovato solo il pettine che teneva nel taschino per  sistemarsi quei tre peli, vuoi che non ci fossero capelli attaccati?”
“…non lo so…”
“Almeno ci sarà stata della forfora! Ora, non per fomentare i luoghi comuni, ma i francesi non si distinguono per l’igiene impeccabile e perdonami davvero se sono superficiale fino a questo punto. A quei tempi poi…”
“Davvero, non saprei, ma comunque l’ultimo…”
“Guarda che poi la forfora non è mica indice di sporcizia!”
“Beh…”
“Sì, certo, se ne hai tanta è disgustoso, ma può venirti anche se ti strofini troppo la cute. Alla fine è pelle che si stacca dal cuoio capelluto, capisci?”
“Sì, certo che capisco, ma volevo dire…” 
“Anche i denti se ti li lavi con troppa enfasi mica gli fai bene, sai? Si rovinano le gengive! Vanno in recessione, come l’Italia. Bella crisi, la nostra, ne parlavo ieri sera. Quando è iniziata, mi ha chiesto lui. Eh. Bella domanda, davvero, bella domanda.”
“Mi rendo conto, ma, stavamo parlando…”
“Di Fight Club, quando ho avuto la rovinosa idea di infilarmi nel discorso. Di lì è passato a Magellano, con un collegamento che ovvio è dire bruscolini. Quasi quasi mi faccio un altro caffè, non sono ancora abbastanza nervosa. Prima ho quasi evitato di insultare un automobilista che non mi ha fatta passare col rosso. Poi gli ho augurato un’invasione di facoceri nel suo appartamento mentre fa la doccia, ma per un attimo, mi creda, ho esitato.”
“Insomma…”
“Mi sono accorta adesso che le ho dato del tu e poi del lei. Se non le spiace resterei sul lei. Fa più anni Ottocentonovanta, che dice?”
“Certo. Volevo solo farti notare l’ironia di come l’ultimo discendente di Napoleone sia…”
“Certo certo. Che bella storia. Mi ha fatto venire voglia di rimettermi a scrivere sa? Lei con quel berretto di lana e la faccia da uno che è stato preso in giro anche dagli ombrelli rotti.”
“Grazie. Oh, questo significa che oggi è una bella giornata!”
“Che dice, non vede come piove?”

***

“Do you know that the last descendant of Napoleon ..."
"Do not tell me. It 'a ... camel! "
"No. This is really hard to believe, you'll be amazed! I said, the last descendant of ... "
"Yes, yes. Napoleon, of course. Then these descendants ... do you think they really rooted to the actual Napoleon? How check if they are? Did somebody tested their DNA? Do we have the DNA of Napoleon? Probably yes, because it is dead, dull, it seems, and that the body was found. Also I think it was found also the comb he kept in his pocket to settle those three hair he had, so probably one of those hair was there… "
"…I do not know…"
"At least there will have been some dandruff! Now, not to stir up the clichés, but the French are not distinguished by the impeccable hygiene and forgive me if I'm really superficial until this point. At that time then ... "
"Really, I do not know, but the last ..."
"Look, not that dandruff should be considered an index of dirt!"
"Well…"
"Yes, of course, if you have a lot of that it’s disgusting, but it can come also from a too vigorous rubbing. In the end it is the skin that is detached from the scalp, you know? "
"Yes, of course I understand that, but I wanted to say ..."
"Even your teeth, if you brush them with too much emphasis, will suffer, do you know?  You’ll ruin your gums! They go into a recession, such as Italy did. What a crisis, our, I was talking about it just last night. When did it start, he asked me. Huh. Good question, very good question. "
"I realize, but we were talking about ..."
“About Fight Club, when I had the disastrous idea of ​​slipping into speech. Strange how everything orbits around Palahniuk in the last two days. From there, by the way, you moved to Magellan, with a link that calling it obvious is to say peanuts. I should have another coffee, I am not yet quite nervous. Before I almost avoided insulting a driver who has not let me pass with the red. Then I wished him an invasion of warthogs in his apartment while showering, but for a moment, believe me, I hesitated. "
"Well ..."
"I realized now that I interchange the form of courtesy with the other, talking with you. If you do not mind I'd stay on the polite one. It’s more Eighthundredish, isn’t it? "
"Sure. I just wanted you to note the irony of how the last descendant of Napoleon is ... "
"Sure sure. What a beautiful story. It made me want to get back to writing, do you know? You with that wool cap and the face of one who was mocked even from broken umbrellas. "
"Thank you. Oh, this means that today is a good day! "

“What are you talking about, don’t you not see how it's raining?"